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La pietra bianca “del Poggio”
di Marco Manilla
Foto di Silvia Messotti

Scultura di  Edgardo AbbozzoLe origini storiche del castello di Poggio sono da ricercarsi nei secoli intorno al Mille: il primo documento che lo cita risale al 1173. Podio de Picentia faceva allora parte del Gastaldato di Forcona e si presentava come un castello cinto da mura fortificate, con “sei torri di cui ben alta al centro”.
E' molto probabile che già a quell’epoca le cave di pietra bianca fossero state scoperte e utilizzate per la costruzione di questo e di altri castelli vicini. alcuni autori ipotizzano che l’utilizzo di tali cave dovette avere inizio nel tardo impero data la vicinanza di queste con la città romana di Aveia. Di certo la più antica testimonianza dell’utilizzo di tale pietra ci è fornita dalla taverna medievale in via Umberto I a Poggio Picenze risalente al XIII sec.
è questa dunque la data da considerare, se si vuole stabilire in modo certo l’inizio dell’attività estrattiva della pietra.
Il primo documento che cita esplicitamente le cave di Poggio Picenze è del 1447. Si tratta di un contratto rogato dal notaio Antonuccio di Luzio, molto significativo perché prova l’importanza economica che già a qual tempo avevano le cave. Esso è stipulato tra il “massaro” (sindaco) del Poggio dentro le mura “intus civitatem”, e quello del Poggio fuori le mura, “extra civitatem”, per la spartizione dei pascoli e delle cave di pietra. L’Aquila risultò un insieme composito ed eterogeneo delle comunità dei diversi castelli, le quali pur unendosi, mantennero una propria specifica identità, e stretti rapporti con i “cittadini extra civitatem” dei borghi d’origine. Infatti i motivi che portarono alla fondazione della città, avvenuta nel 1254, possono essere ricondotti essenzialmente all’insicurezza e all’isolamento politico ed economico dei borghi medievali appartenenti ai contadi di Amiterno e Forcona. Gli uomini del Poggio si stabilirono nel quartiere di S. Maria di Paganica, come risulta da uno strumento del 1376, di notar Antonio di notar Giovanni (Archivio di Stato dell’Aquila).

Dai pascoli e dalle terre del contado L’Aquila riceveva la lana e lo zafferano che la resero ricca e potente siano a tutto il XV sec., tale da essere considerata un libero Comune, e da farle ricevere speciali privilegi e favori dai sovrani del Regno di Napoli.
Poggio Picenze poteva però dare qualcosa di più, e cioè la sua pietra bianca che insieme a quella delle cave di S. Silvestro divideva i favori dei committenti. Le caratteristiche fisiche di questa pietra la resero idonea non solo per la composizione di portali, finestre e cortili dell’architettura civile dell’Aquila e del contado, ma anche per le creazioni dei più grandi scultori dell’epoca.
All’aspetto candido e gentile essa accomuna una buona resistenza meccanica ed una facilità e docilità di lavorazione.
“Ottima, indurando all’aria mantiene bella politura”, così il Bonanni descrive la metamorfosi cromatica dovuta agli agenti atmosferici che la rivestono, con il trascorrere del tempo, di una tenue patina protettiva, color d’oro.
Altri storici locali si sono occupati di questa pietra, e così il Signorini la definisce “bianca finissima pietra calcaria” e il Bonanni la vuole “superiore a quella di Tivoli in finezza di grana e in pregio di candidezza”. Interessante è anche il giudizio dell’Abbate che definisce “notevole per le molte impressioni di conchiglie fossilifere che vi si trovano”.
Dal punto di vista geologico la spiegazione della presenza di affioramenti calcarei nella valle dell’Aterno ci è data da C. Merlo il quale afferma: “dei terreni terziari sono largamente rappresentati, nella conca aquilana, anzitutto i calcari dell’Eocene, generalmente compatti cristallini, bianchi di scaglia. Compaiono al margine nord--occidentale della conca aquilana superiore, si ritrovano nella valle di S. Giuliano a nord della città, nella regione di Camarda e di Poggio Picenze”. Nel 1477 Tommaso d’Acra, arciprete di S. Vittorino, convenne con Silvestro d’Ariscola “di fare un battistero per S. Biagio, di pietra del Poggio, con varie figure a norma del disegno”.
Silvestro d’Ariscola, allievo di Donatello, fu l’artista e lo scultore abruzzese più insigne del XV sec., dotato di una spiccata personalità artistica, tale da porlo alla pari con i più grandi scultori del suo tempo. La sua figura e la sua opera influenzarono tutta l’arte e l’architettura aquilana, mostrando, ancor più dei documenti, il livello economico e culturale raggiunto dalla città. Silvestro incontrò un ambiente favorevole allo sviluppo del suo talento nell’apertura mentale della borghesia aquilana, abituata ai traffici commerciali anche con il nord-Europa, nella presenza di mecenati e “protettori delle arti” come messer Iacopo di notar Nanni, e nel desiderio degli aquilano di case belle ed ornate, di cui “ogni cittadino è desideroso di averne e di fabbricarne: et pongono più studio in avere un bel palazzo che una grossa facultà”.
Silvestro scolpì con la “preta gentile del Pogio”, come egli stesso la definisce, il monumento al cardinale Agnifili per il quale commissionò al maestro delle cave di Poggio Picenze la pietra per “la porta dove vole essere intalliata la nostra donna, de un pezzo, e li piloni da canto, dove è intalliata la figura de Sancto Massimo et de Sancto Giorgio, tutti e due de un pezzo”.
Ed ancora ricevette l’incarico per un tabernacolo in pietra del Poggio, per la chiesa di S. Maria di Bagno che però, come afferma M. Chini, fu compiuto dal suo più valido aiuto, Francesco da Trugi. Anche il cortile di palazzo Benedetti, che inaugurò la serie dei cortili rinascimentali aquilani, fu progettato dal nostro Silvestro che ancora ricorse alla pietra del Poggio; così come per altre opere commissionategli da messer Iacopo di notar Nanni, tra cui il frontespizio della chiesa di S. Maria del Soccorso. Gualtirus de Alemania, scultore teutonico che operò nel Duomo di Milano, fu l’autore del monumento Camponeschi nella chiesa di S. Giuseppe all’Aquila e di quello Cantelmi Caldora alla Badia presso Sulmona. Anche costui utilizzò la pietra di Poggio nell’esecuzione di tali opere, che segnarono il passaggio dal gotico al rinascimento.

Scultura di Edgardo AbbozzoNell’architettura civile notevoli restano gli impieghi di detta pietra per numerosi portali e finestre, tra cui quelle che Mattuzio Pasquale di Machilone nel 1487 ordinò allo scalpellino Pietro di Giampietro di Poggio Picenze, perché gli facesse “duas fenestras de preta de Podio Picentiae ad similitudinem aliarum fenestrarum sistentium in domo dicti Mactutii, ubi ad presens habitare dixit”.
Lo stesso scalpellino Pietro del Poggio è l’autore del grazioso cortile di casa Vespa, famoso per la sua singolarità e per la presenza sul capitello dell’unica colonna, “di un ritratto barbuto che può essere o la canzonatura dello scalpellino umorista a danno di un compagno di lavoro, oppure l’autocaricatura del maestro impegnato a far parere grande una costruzione che era molto modesta”.
la pietra del Poggio venne utilizzata nei grandi palazzi dell’epoca, come palazzo Nardis, con il suo maestoso scalone in pietra bianca, o come Palazzo Alferi con la sua architettura gotico-rinascimentale. Non di minore importanza fu l’utilizzo di questa pietra nell’architettura civile in paesi come Navelli, Santo Stefano di Sessano, S. Eusanio, Fossa, ecc.
Se osserviamo come la pietra sia un elemento fondamentale nell’architettura dell’Abruzzo montano, mentre in quella dell’Abruzzo costiero e collinare prevale l’uso del mattone, dobbiamo inserire la pietra del Poggio nella più vasta cultura architettonica legata all’utilizzo di tale materiale. Legate ad un’urbanistica omogenea, le diverse qualità fisiche e chimiche delle pietre, oltre che alla variabilità spontanea ed ad una sostanziale autosufficienza tecnologica, diedero luogo ad una molteplicità di profili stilistici.
Così le pietre di Campotosto e di Montereale per la loro friabilità e quelle di Assergi e Capestrano per la loro eccessiva durezza, non permisero che povere espressioni stilistiche, mentre la pietra di Poggio e di S. Silvestro di Collebrincioni per la loro bassa porosità e buona compattezza, permisero la creazione di autentici capolavori artigianali.
L’utilizzo della pietra, in ogni caso, consentì uno sviluppo omogeneo delle strutture urbanistiche e di quelle architettoniche, come ad esempio “la serie dei portali aquilani con il toro esterno (...) variata solo per le luci, per l’imposta dell’arco con toro trasversale e per la lavorazione di elementi di base”.

Nel XVII sec. all’Aquila l’artigianato legato alla lavorazione della pietra si espresse nella costruzione di portali e finestre con misure standard di cui tipico esempio ci è dato dalle finestre di Casa Mari, in via S. Flaviano, anch’esse in pietra del Poggio.
Questa era stata preziosa nel sottolineare la tipicità e la singolarità dello stile gotico-romanico e di quello rinascimentale aquilano, soprattutto per gli effetti cromatici: ora, grazie alle sue potenzialità plastiche, essa permise di esaltare la preziosità delle decorazioni barocche e di evidenziare la severità delle facciate neoclassiche.
Le condizioni storico-politiche erano però mutate: il bisecolare dominio spagnolo fece perdere smalto e vitalità alla città dell’Aquila, che vide allentarsi i rapporti economici con il contado.
L’infeudazione spagnola, avvenuta nel 1529, non solo fece perdere alla città la sua già relativa indipendenza, ma finì col creare una classe nobiliare che poco aveva a che fare con il dinamismo della borghesia aquilana del ‘400.
La gravità delle tassazioni, il malgoverno, l’immobilismo e la regressione delle strutture sociali, furono elementi negativi speciali del Regno di Napoli, anche se il resto della penisola attraversava una crisi economica e politica che dipendeva dalla mutata congiuntura internazionale. Questo quadro negativo non bloccò la costruzione di splendidi palazzi, come testimoniato dalla serie di palazzi barocchi aquilani.

Scultura di Vito BucciarelliErano però cambiate le fonti economiche che ne permettevano la costruzione, non più legati ai proventi dei traffici di lana e di zafferano, ma alle rendite fiscali provenienti dai feudi del contado.
I palazzi del XVIII sec. sono comunque posteriori al terribile terremoto del 1703, che distrusse l’intera città.
Ai lutti e alle rovine che esso causò, seguì un fervore ed una nuova vitalità, che portarono alla costruzione di numerosi palazzi ed al restauro delle antiche chiese. Nel XVIII sec., tra le opere vennero costruiti palazzo Centi, palazzo Quinzi e la chiesa di S. Maria del Suffragio.
Ed in questi anni si comincia a parlare non più solo di mastri cavatori, ma anche di mastri scalpellini del Poggio, che eseguono direttamente opere anche notevoli. Nel 1673 Sante Damiano si impegnava col capitolo di S. Massimo “per fattura di colonne in pietra del Poggio” (Archivio di Stato dell’Aquila).

Nel 1687 mastro Giuliano veniva a convenzione con la confraternita della chiesa del Suffragio per alcuni lavori. Nel 1755 mastro Bernardino Grimaldi eseguì dei pilastri per la chiesa delle Anime Sante e nel 1763 la cappella di S. Emidio commissionava le colonne dell’altare ad Innocenzo e Ferdinando Rainaldi. Altri maestri vengono citati, come Carlo e Antonio Vitano o Bernardino Ventura. Tra il XIX sec. ed i primi decenni del XX, le opere più significative compiute in pietra del Poggio furono i Portici Federici e la chiesa di Cristo Re.
Numerosi restauri eseguiti da maestri scalpellini locali, come il muro laterale della fontana delle Novantanove Cannelle, o il tabernacolo della duecentesca chiesa romanico-gotica di S. Pellegrino a Bominaco, interamente rifatto nel 1936 da Domenico Biordi. Ed ancora le sistemazioni della chiesa e della piazza di Santa Maria di Paganica, della piazza e della fontana di S. Marciano o del palazzo Arcivescovile, sempre a L’Aquila, vennero compiute da Amedeo Rainaldi, Gino Iovenitti, Germano Ranieri e Tommaso Biordi Venturino.
Ancora negli anni Quaranta a Poggio si contavano una ventina di scalpellini.
L’emigrazione prima e l’avvento dei nuovi materiali da costruzione poi, ridussero drasticamente la richiesta, il che comportò la scomparsa di un’attività economica ed anche di un importante settore della storia e del costume non solo di Poggio Picenze.

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