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Interventi artistici


 
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Intervento di Andrea Taddei | Intervento di Massimo Locci


Goriano Valli
di Andrea Taddei

La manifestazione nasce dall’esigenza di rendere propositivi i luoghi emarginati dai circuiti culturali predominanti, di verificarne la loro vocazione a divenire contenitori di esperienze artistiche, rivisitandoli il portato storico con le “forme emblematiche” dell’arte.
La scelta di quest’area di “confine” è stata dettata dalle peculiarità insite in essa: assenza di fenomeni urbani condizionati tali da deviarne le caratteristiche percettive, chiara definizione dei contorni geografici, tracce inalienabili del “persistenze” che ne rendono ancora oggi palese l’identità sociale e culturale.Con queste premesse l’iniziativa ed il progetto che consegue non poteva presentarsi come un ambito di puro consumo dell’arte, ma era destinata a diventare dal momento in cui esso avesse preso forma strumento di indagine dentro ed intorno alle “mappe storiche” di Goriano.

La proposta così formulata negava risposte assolute affidando alla problematicità delle singole operazioni artistiche il modo di interpretare i luoghi, riconiugando la storia con l’arte, trovando il punto di convergenza o meglio di contatto tra paesaggio storico e paesaggio artistico nella “natura”, in questo caso la natura del “luogo” nella sua forma espressiva più consueta, emblematica di una lenta trasformazione, in assoluto, riferimento di tutte le evoluzioni umane.
Si è trattato quindi di andare a leggere, isolare, interpretare, con gli strumenti empirici dell’arte, le “forme” derivate dall’intervento antropico sul paesaggio, di setacciare le stratificazioni dei segni riportando alla luce quelli originari, di comparare lo scarto dimensionale tra “vuoto” della campagna ed il “pieno” urbano, di astrarre i codici fondativi dal contesto ambientale, rendendoli oggettivamente intellegibili, quindi trasferibili dalla lontananza temporale nella quale inerzialmente risiedevano alla quotidianità.
Attraverso la stigmatizzazione della interdipendenza tra natura/arte, in questo luogo dove i conflitti sembrano assopiti, i gesti quotidiani sospesi nella atemporalità, il laboratorio di Goriano, in un certo senso ha cercato di dinamizzare il rapporto tra spazio espanso della campagna e lo spazio concluso, tipologicamente definito del tessuto urbano. Questa azione ha rotto la stasi rarefatta del posto, simile ad un limbo determinando un’ideale ricongiunzione tra il “castello” ed il centro urbano. Il primo rimosso dalla memoria, il secondo accettato nell’uso. Tutto ciò è avvenuto in una sottile traslazione di ruoli tra il portato naturale e le “opere”, le quali sebbene inscrivibili nel tempo e nello spazio apparivano orfane dei luoghi deputati alla scena artistica, costrette quindi a superare l’insicurezza di fronte alla non certezza dei limiti dello spazio assegnato.
La collocazione degli interventi lungo la strada, che congiunge il “castello di Goriano” (cinta fortificata XII sec.) con il paese (XV sec.), ha prodotto analogie con il rito insediativo, riportando alla luce la migrazione della collettività di Goriano nell’attuale centro urbano ed il movente che l’ha prodotta.
L’azione artistica seppure effimera ha introdotto una contaminazione virtuale dell’ambiente che si apre a nuovi scenari, e ci informa sui molteplici aspetti di un restauro paesaggistico.
Questo tipo di approccio ha permesso di superare i limiti della pura intenzionalità dell’arte, verificando nel contesto in cui essa opera la possibilità di interagire con altri sistemi (sociali/ambientali) fino ad acquisire uno scopo, quindi valore d’uso. gli interventi non vogliono alludere ad una rifondazione dello spazio aperto, ma ad una occupazione simbolica dei luoghi dell’abbandono, ad una invasione temporanea della memoria collettiva (come nei riti popolari della “festa”). La diversa rappresentazione di queste geografie storiche ha messo in crisi il modello di fruizione del territorio, insinuando una visione alternativa di quei luoghi di confine, attribuendo a un percorso funzionalmente degradato, una nuova gerarchia dipendente dalle opere, dal loro campo di dominio, dalla loro capacità di istituire un rapporto dialettico con le rare emergenze architettoniche.
Goriano “laboratorio aperto”, pur con molti limiti, si è confrontato con un campo più vasto, quello del restauro ambientale, rievocando i segni depositari del sapere attraverso il magico rituale della costruzione dell’opera che interviene come catalizzatore delle memorie, dei documenti, dei racconti, astraendoli e riconfinandoli in un insieme che ha caratteri di incompletezza e di rottura, necessarie a rimettere in discussione una visione statica del paesaggio.

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Goriano Valli
di Massimo Locci

L’intervento artistico, che Giancarlo Gentilucci e Andrea Taddei hanno voluto sperimentare a Goriano Valli, si fonda sul convincimento che i luoghi, ove la presenza antropica è più antica, sono ambiti naturalmente destinati a rivestire un ruolo cardine nel sistema delle relazioni sociali in assoluto un “luogo della comunicazione”. Nello specifico un lembo di territorio è stato scelto quale ambito per il confronto tra figure simboliche ove i monumenti antichi e le opere d’arte moderne rivestono un ruolo rappresentativo della forma insediativa, artistica ed architettonica. Un gioco sottile e tendenziale, un viaggio nella geografia dei concetto che mira, nell’azzeramento della distanza attuale tra società civile e arti visive, a definire un nuovo territorio di confronto. L’arte si concretizza, quale strumento della metafora, quale svelamento di meccanismi simbolici, ed opera nella contaminazione della cultura: quella antica, non più rintraccciabile nel presente, e quella contemporanea, che ancora non è riuscita a superare le resistenze delle tradizioni. Le opere sono state inserite in alcuni ambiti prefissati del centro antico, nel territorio circostante ovvero sono state messe a confronto diretto con opere architettoniche del passato.
La loro presenza tende ad evidenziare interpretazioni critiche sul luogo o, viceversa, a far emergere la perdita di valore di quel luogo, il modo di stimolare reazioni negli osservatori, troppo spesso disattenti ai significati più profondi. Un’operazione condotta coralmente che supera i valori effimeri, tipici di molte performance: un concreto tentativo di far emergere i valori dell’antichissima struttura antropica di Goriano Valli e della sua rocca. L’iniziativa è stata programmaticamente denominata “laboratorio aperto”, per contrapporsi al sistema chiuso vigente, all’immobilismo delle amministrazioni locali e delle strutture sociali; anche se in questa circostanza il Comune di Tione degli Abruzzi si è dimostrato sicuramente sensibile nel salvaguardare e promuovere questo suo lembo di territorio. Gli artisti invitati sono: Luigi Battisti, Jorg Grunert, Udo Hoffmann, Sergio Nannicola, Chritophl Platz, Gaetano Russo, carmine Tornincasa. Svanita l’epoca in cui l’artista era un mago, con capacità demiurgiche e religiose, ora egli è attento a “fare” come nuova ideologia e valenza estetica autonoma. I loro interventi dimostrano come sia necessario fare in modo che l’immaginario artistico non rimanga patrimonio degli esteti ma possa nuovamente essere compreso dalla società. Questa iniziativa, forse disorganica e velleitaria, ma vivace e ricca di stimoli, è stata costruita con questa finalità. Percorrendo l’itinerario che i curatori hanno voluto predisporre, mi accorgo che la suggestione dei luoghi, il contatto con alcune forme espressive della cultura autoctona, le tradizioni ed i rituali legati alle attività produttive, hanno significativamente e positivamente condizionato l’opera degli artisti invitati. Le sculture evocano in maniera prepotente le ciclicità e l’immobilità degli eventi temporali. L’immagine rivela nel rimando circolare all’origine della materia e della forma, il tentativo di far congiungere il passato più remoto con le prospettazioni future, l’alfa e l’omega.
Al di là dell’apparente distacco delle problematiche linguistiche, in quasi tutti i lavori emerge una chiarezza compositivo, una nitidezza d’impatto che conferma materia e segno. Sarebbe errato soffermarsi ad una superficiale analisi di ciò che appare: è necessario acquisire un determinato distacco per accorgersi quali significati simbolici ed allusivi sono reconditamente contenuti. Questa dimensione allegorica però non sconfina mai lungo le ascendenze surrealiste; le radici tematiche sono viceversa quelle che si legano, nell’adesione alla prospettiva alchemica, agli elementi primordiali e scatenanti della natura, terra e fuoco, alla spazialità come mistero, alla profondità che oltrepassa le soglie della visibilità immediata. In una porzione finita di territorio, un chilometro dal paese di Goriano Valli alla sua rocca, ma simbolicamente estesa all’infinito, queste opere valgono all’infinito, queste opere valgono come un tassello di un quadro della superficie sterminata. Sono forme che si selezionano e si rispecchiano nell’altra: un triangolo di pietra e fuoco (Sergio Nannicola) si contrappone al cerchio di cotto e cenere (Jorg Grunert), fino a dar vita all’intreccio formale, alla pratica dell’accumulazione semantica. Due opposte modalità espressive: da una parte la tendenza a geometrizzare, a rendere razionale e ordinato il sistema della visione, dall’altro la forma, impalpabile e iniziatica, dei lembi di fuoco, che si dilata allusivamente oltre i suoi margini. Complesse iconografie visionarie, metafore iniziatiche e magiche che ci ricollegano idealmente “all’inscrivibile contorno” di cui parla Rilke. Partendo dalla bellezza effimera, si allude all’eternità dell’arte e della scrittura cifrata, che fa riemergere i valori della storia ma apre anche ad un futuro di fantasia, dove la scultura dimostra di avere già un domani. Il mistero che gli artisti hanno voluto creare intorno a questo alfabeto di segni, non verrà mai svelato; nel silenzio della notte il ricordo della pietra spezzata, dei cerchi, l’allegoria del fuoco lascia spazio alla scena tragica, al rimorso per l’insipienza dell’uomo nei confronti della Natura e della Storia. Il camaleonte di ferro e malta di Gaetano Russo è un immaginario guardiano della Soglia; il custode dei valori assoluti non poteva essere che una figura mutevole, capace di adeguarsi alle diverse circostanze. La terra, pur ferita, conserva la sapienza del passato rappresentato dal rudere della torre. Ai contemporanei non resta che disperdere le ceneri e sperare che il mesto corteo funebre si tramuti, ancora una volta, in festa. Eros e Thanatos sono ancora chiamati a rappresentare il mito della genesi salvifica nella nuova scena che gli Artisti hanno voluto predisporre. Altri si allontanano nell’aura mistica ed euforica, caratterizzante queste installazioni nel territorio, per legarsi al reale, ipotizzano contestualizzazioni emblematica di fronte ed all’interno di un’antica chiesa. Idee in forma di pietra, filtrata dalla capacità del linguaggio espressivo, che si dimostrano incapaci di scollegarsi dalla realtà. La via più seguita è quella della citazione o auto-citazione, con rappresentazioni e soluzioni accattivanti del proprio repertorio formale. La trama di piani intersecanti, i triangoli bianchi e neri di Sukran Moral, non sono altro che un invito a percepire la condizione contingente attraverso gli spiragli vuoti tra una lastra e l’altra, attraverso quegli interstizi che la storia, per il caso o per la volontà di qualcuno, lascia talvolta non occlusi.
Carmine Tornincasa, con la sapiente maestria, presenta una lucida elaborazione di forme contrapposte, che rimanda ad un concetto classico di bellezza assoluta, ad un periodo dove l’ordine regnava e che non ci appartiene più, fatta eccezione per l’elaborazione tecnico formale, evanescente simulacro che evoca l’esercizio mentale della creatività. Luigi Battisti si presenta di fronte alla storia con una ricerca formale radicale e moderna. I suoi totem emblematici, si confrontano con l’intorno senza sudditanza, in posizione di scontro aperto, con figure sovrapposte ed interferenti con quelle originarie.
Tuttavia l’equilibrio che regna da secoli in questi ambienti non sembra rompersi, proprio perché il nuovo rigore formale conduce verso un’ascetica assenza di presenza. Nelle composizioni, antico e moderno uniti inscindibilmente, creano proposizioni spaziali nuove, un effetto drammatico e alternativo rispetto a quello consolidato. Altri artisti, mentre cercano di fornire un ordine strutturale alla pietra che dimostra di possedere una sua vitalità ed autonomia espressiva, soggiacciono alla forza intrinseca della materia, e risultano sopraffatti dalla sua fascinazione. La pietra, nella sua forza rude derivante dall’essere appena cavata, viene lavorata solo con pochi tratti; come se lo scultore, non appena si sorprende in relazione subordinata, si fermasse e preferisse far dialogare forme e contenuto nel silenzio poetico del non finito. L’intervento scultoreo risulta evanescente come in un ricordo o in un sogno memore di un periodo in cui l’artista possedeva in sé la forza intellettuale di confrontarsi alla pari con la natura. Il masso non è diventato scultura ma contiene i segni che rimandano ad un possibile modo di realizzarsi. Auspicio per un futuro che ci si augura più attento al ruolo dell’arte nella società e dei suoi rapporti con gli elementi naturali.

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